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Jean Jacques Rousseau

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Windows Live Spaces di Jean Jacques

March 22

racconto pubblicato: Il punto di accumulazione

Il punto di accumulazione. Teorema esistenziale

 

 

Il racconto che segue circolava negli ultimi anni della guerra fredda nei bar di Berlino frequentati dalle truppe americane di stanza in quella città sfigurata dal Muro: il muro della vergogna, come lo si chiamava fin dalla sua costruzione. Una costruzione tetra e volgare, come tutte le cose nate in fretta, e violenta, come tutte quelle che si pretendono necessarie e non lo sono. E circolava con tale e tanta insistenza da essere risaputa fin nel settore sovietico, a tal punto che i soldati russi avevano finito per attribuirsene la paternità, contestandola agli ‘occidentali’. E’ un raccontino semplice, che non dimostra nulla, sulla vita di un uomo banale, poco o nulla significante per la storia dell’umanità. Ma importante, invece, per chi sappia scorgervi la dimostrazione di un teorema: il teorema del punto di accumulazione.

Si parta dalla banale considerazione che il punto non ha dimensione e si stabilisca che un punto si dice di accumulazione per un insieme di punti se qualunque suo ‘intorno’ contiene sempre almeno un punto dell’insieme diverso da quel punto. ‘Almeno uno’ vuol dire che, visto che si possono prendere infiniti intervalli sempre più piccoli, di punti ne conterrà infiniti. Un semplice esempio è costituito dalla considerazione dell’insieme formato dai punti 1, 1/2, 1/4, 1/8, …; se si prova procedere si vedrà che questi punti tendono allo zero. Si dice, allora, che zero è un punto di accumulazione per questo insieme: cioè, per quanto si possa prendere piccolo un intervallo che contenga lo zero, c’è sempre un punto della successione, diverso da zero, contenuto nell’intervallo (anzi, ce ne sono infiniti!). Si può, dunque, enunciare un piccolo, insignificante teorema: se un insieme infinito di punti è limitato, allora questo insieme ammette un punto di accumulazione.

Sembra un gioco! Ma, a ben vedere, il punto di accumulazione è ciò che dà senso all’accumulazione; e così, insieme, asserendosi, ammette e nega senso ad altri pur possibili punti di accumulazione diversi: ciascun punto di accumulazione afferma ed è negato e costituisce perciò una contraddizione. Nella vita si direbbe che ciascuna cosa sensata lo è in quanto sia capace di negare senso a ciò che vorrebbe parimenti contraddirla. E siccome nella vita la vita è la vita delle persone, ogni persona reca in sé la propria contraddizione e con essa il proprio punto d’ombra, di rottura psicologica o fisica; come dire: da una parte la fiducia e la speranza, la vita insomma, dall’altra la disperazione, lo zero, la morte.

Non è chiaro perché, fra un whisky e una vodka, ci si contendesse la paternità di questa storiella come non è chiaro a chi potesse interessare, in fondo, una storiella come questa: se ne rideva perché non la si comprendeva e si continuava a raccontarla perché se ne attendeva da qualcuno il significato. E’ chiaro che quel che vale per la matematica vale per la vita; come dire?: è emblematico! è emblematica del fatto che la vita non conosce quelle distinzioni disciplinari che la mente cura di porre sempre con tanta precisione ed è emblematico del fatto che assai di rado si ha la consapevolezza di essere giunti ad un punto di accumulazione. E viene il fondato sospetto che in tutto ciò il sentimento del cuore vi abbia la sua metà infinita di responsabilità.

 

            Dunque.

            Un leggero mattino vaporava con la fitta nebbia notturna della primavera a Berlino est e con il mattino vaporavano i sogni agitati di Klaus Berger, impiegato della IV sezione edifici civili dell’archivio dipartimentale del catasto urbano. Berger era un impiegato modesto e senza ambizioni confessabili. Scapolo, gracile, trasandato, con la passione dei francobolli, che coltivava con parsimonia, compatibilmente con il magro stipendio. La guerra gli aveva spazzato via in fretta tutti i parenti, tranne una zia, una cugina di primo grado di sua madre, ormai in casa di riposo a spese dello Stato da parecchio, forse anche troppo. Fra i colleghi non aveva amici e non ne aveva nemmeno al di fuori. Era solo, mostrava di esservi abituato e ne soffriva da sempre. Eppure non aveva mai fatto niente per procurarsene. Zimbello dei compagni di scuola, mascotte del clan di quartiere dei trafficanti di tutto nel dopoguerra, cui si adattava a servire da corriere di quando in quando, parafulmine dei colleghi, puntaspilli dei superiori, si sentiva  – e non senza qualche ragione, in fondo –  una vittima: della vita, del destino, della malasorte. La sua difesa, per sopravvivere, era stata semplice: si era alleato alla sua esistenza e si faceva, fra sé, un punto d’onore di non riuscire in niente, imponendosi la maschera di una perenne frustrazione; ciò che certo non l’aveva aiutato né l’aiutava. Tuttavia, da qualche tempo una luce nuova brillava e baluginava maliziosa di tanto in tanto da quelle fessure che aveva ricevuto in luogo degli occhi e che la miopia accentuava fin dalla sua più tenera età. Ebbene, nella mente del Klaus, cinquantacinquenne, si era insinuato un virus, era germinata un’ideuzza impertinente, quella di attraversare gli sbarramenti e la sorveglianza e fuggire in occidente, in barba all’età e alla pensione, ai colleghi e a quei poveri diavoli con cui divideva l’appartamento di Salitergasse, 9, dove abitava. L’arma che lo avrebbe visto, finalmente, vincente in quell’impresa degna di ben altre tempre sarebbe stata proprio la sua insignificanza. Ma siccome, pur non particolarmente acuto, era dotato di una sua spicciola perversa furbizia, da cinque anni coltivava quel piano diabolico e lo costruiva con insolita determinazione e con la consueta metodicità. Cosicché in cinque anni aveva predisposto infine tutto e non gli restava che passare all’azione.

            Un solo neo. Era consapevole dei suoi limiti e dell’esperienza del personale preposto al controllo dei varchi, sapeva di non poter tentare nulla con dei documenti falsi, costosi e insicuri, e che tutto doveva restare affidato ad un piano semplice, tanto semplice da apparire ridicolo. Aveva perciò dovuto trovarsi un alleato, confidare il suo segreto e fidarsi che il suo depositario non lo tradisse né per lucro né per insipienza e, insomma, non lo divulgasse. Naturalmente aveva vagliato e soppesato decine di candidature, finché, non senza stupore, non senza compiacimento per la sua ovvietà, la scelta non era caduta su Klaus Brandt, un ragazzone biondo e sportivo di poco più di vent’anni che altri non era se non il figlio primogenito dei suoi coinquilini, quelli con cui divideva, in altre parole, la cucina, il bagno e il soggiorno di quella sua abitazione di cui lui occupava in privato una stanza e loro le altre due.

            Brandt, però, non era soltanto un esemplare della razza ariana che la defunta gioventù hitleriana avrebbe volentieri annoverato fra i suoi, ma anche un dotato studente di musica al Conservatorio, cosa che la diceva lunga sul suo talento, dato che la Repubblica Democratica lo aveva ritenuto meritevole di continuare ad applicarvisi, piuttosto che indirizzarlo a qualcosa di più pratico e remunerativo per il vantaggio comune. Klaus, inoltre, era un giovane di successo: un punto di riferimento per gli amici, una soddisfazione per i genitori, un esempio per i suoi due fratelli, un bocconcino interessante per le ragazze, su cui esercitava un indubbio fascino, una speranza per il popolo democratico tedesco. Klaus, infine, non aveva la minima idea di sfuggire alla sua realtà, prima di incontrarsi con i ragionamenti capziosi di Klaus, e non aveva la minima voglia di fuggire a Berlino ovest, prima di essere stato artatamente sollecitato a scoprire la propria ingenua quanto smisurata ambizione di celebrità, di gloria e di libertà creativa. C’erano voluti due anni di circonvoluzioni e di costante corteggiamento prima che la sua semplice visione del mondo e del futuro fosse divenuta matura agli occhi di Klaus, inoculargli quel germe di ribellione, contagiarlo e confessargli il suo segreto, mettendolo a parte del progetto e del suo piano. Klaus era riuscito a farla sembrare così un’esigenza del giovanotto e a farsene mettere a parte da lui come l’idea di un proprio incoffessabile bisogno, dopo aver astutamente catturato la sua fiducia ed essersi assicurato la sua confidenza. Gli altri sei mesi successivi a quell’immane fatica, comunque, erano stati in discesa, da un certo punto di vista, se non che gli sforzi di Klaus si erano dovuti indirizzare a trattenere il compagno dagli inutili eroismi e le nefaste avventatezze della sua natura passionale e sognatrice, ormai scatenata. Da ultimo, per cinque mesi, con grande sofferenza di entrambe a trattenersi vicendevolmente, avevano quasi quotidianamente ripercorso, ripetuto, ripassato, il piano mentre la primavera si avvicinava, la neve si scioglieva e con essa i legami di un tempo, per l’uno, e l’ardimento di mai, per l’altro.

Il piano era semplice, semplicissimo. Si trattava di avvicinarsi al muro nel tratto vicino alla linea ferroviaria che univa i due settori della città, entrare nel portone di uno dei tanti palazzi evacuati, picconare un muretto di foratini che ostruiva una finestra del piano terreno prospiciente il fiume  – un punto debole a lungo cercato e infine, sì, colto, individuato e spiato in noiosissime ore e ore dedicate dall’omino alla folle ossessione in cui si consumava la sua vita –, scivolare fin sul greto e attraversarlo nel punto meno alto che si trovava, appunto lì sotto (Klaus non sapeva nuotare, mentre Klaus sì!) e, dopo qualche eventuale bracciata, riemergere bagnati, infreddoliti ed esausti per la tensione e la fatica sull’altra sponda, quella occidentale, protetti dalla nebbia; quindi farsi riconoscere e chiedere asilo: Klaus per morirvi di stenti, ma libero; Klaus per andare a legarsi indissolubilmente al successo e alla gloria che lo attendeva o che sicuramente gli avrebbe procurato il suo innato ed innegabile talento. Va detto che alla semplicità del piano non corrispondeva puntualmente la facilità della sua esecuzione. La sorveglianza era, più che puntuale, strenua come sa esserlo una difesa disperata e i problemi non pochi, a cominciare dal piccone necessario a quel banale, pericolosissimo intervento. Inoltre se l’insignificante Klaus sarebbe potuto passare inosservato, non altrettanto ci si poteva aspettare per il gagliardo Klaus. Ma l’idea guida era appunto questa: il fatto di compiere azioni elementari con incoscienza: azioni elementari, semplici, banali, indifferenti come Klaus e disinvolte ma robuste come l’atletico musicista, che non era, in ultima analisi, se non uno strumento, un attrezzo da aggiungere al piccone in quell’impresa o come uno strano salvagente per guadare in sicurezza quell’ostacolo d’acqua.

Così il 9 aprile, giorno significantissimo sia per la cervellotica cabala di Klaus sia per l’artistica superstizione di Klaus, alle tre di un nebbioso mattino, con la circospezione richiesta dal caso, dopo aver lasciato in bella mostra una lettera ai genitori e coinquilini che testimoniasse dell’evento, i due erano sgusciati via da casa e, rasente i muri, senza fretta, si erano appostati nei pressi del punto prescelto. Avevano sostato nel vapore umido e lattiginoso, auscultando l’aria, odorandola, senza vedere né udire nulla. Avevano teso i loro sensi e represso i loro sentimenti nel frastuono del treno che transitava. Avevano atteso la corsa di ritorno che in quel punto si incrociava quasi con quella di andata, prolungandone il fragore quasi senza soluzione. Avevano cercato di intravedere reciprocamente lo sguardo incrociare lo sguardo e si erano presi per mano per attraversare lo stradone e ritrovarsi in pari tempo in un medesimo luogo, cioè di fronte al portone, che si sapeva piantonato ma con scarsa assiduità: nei fatti una sentinella trascurata sovente per qualche bevuta ristoratrice.  – Si va? –  aveva domandato in un bisbiglio il piccoletto.  – Andiamo! –  gli aveva risposto con enfasi emotiva il giovanottone. E si erano mossi avvolti dallo sferragliare sovrapposto dei due convogli metropolitani. In breve si erano ritrovati proprio in faccia al portone. Con il cuore in gola si erano addossati al muro, mentre il respiro sommava vapore alla nebbia. Una nera fessura indicava che il portone era socchiuso. Da dentro solo qualche colpo di tosse dai piani alti. Sordo, ovattato, attutito dal sentore dei treni. Poi, lentamente, senza rumore, mentre stavano per riprendere l’azione il portone si era aperto e ne era uscita la sagoma di un militare. Piantato lì davanti, a gambe appena divaricate, a non più di un metro e mezzo da loro, appiattiti, fissando il vuoto davanti a sé, si era stiracchiato, aveva sbadigliato, frugato nelle tasche e ne aveva cavato una sigaretta e una scatola di fiammiferi. Se l’era accesa e, per chi sa quale pudore, si era diretto con decisione e senza voltarsi né da una parte né dall’altra al marciapiede di fronte, sbottonandosi i pantaloni della divisa mentre s’incamminava tenendo la sigaretta fumante stretta fra le labbra. D’impeto, Klaus e Klaus si erano infilati nel portone e, nella semioscurità dell’interno in cui si gettava a capofitto dal portone aperto la luce incerta di quel giorno, erano penetrati nella stanza che le planimetrie, proditoriamente copiate e studiate e memorizzate, riconoscevano come quella giusta. Immobili, avevano atteso il rumore e il tremore della corsa ferroviaria successiva per cominciare l’opera di demolizione con due scalpelli, al posto del piccone, avvolti in due canovaccie. I treni metropolitani si incrociavano ogni venti minuti circa, con un rumore utile di tre  – che non era affatto poco –. Ma otto corse erano state sufficienti ad aprire, con mille e più riguardi, un varco sufficiente anche al passaggio del secondo atletico Klaus e a far risalire il militare al primo piano senza essere visti. Un colpo di fortuna, giacché era bastato mascherare con il corpo dell’ingombrante Klaus quel barlume che già filtrava dal primo foratino sbriciolato. L’umido e il sudore impregnavano la fronte e il corpo dei Klaus, che non si erano scambiata più nemmeno una parola. Sembravano cooperare all’unisono e intendersi come fossero guidati da un’unica mente. Ma avevano dovuto arrischiare di chiudere la porta di quella camera di compensazione, perché la luce, oramai, vi spadroneggiava. Insomma, com’è come non è, alle sei non dovevano far altro che scavalcare il davanzale: un gioco da ragazzi! Incredibile!

L’avevano fatto: scavalcato!. Uno dopo l’altro si erano ritrovati dall’altra parte di quel casermone diruto e riadattato a ridotta, in cima ad una piccola scarpata che digradava verso l’acqua gelida e fumosa del fiume. In preda all’euforia, dimentichi del freddo, sudati e madidi di condensa, alla nona corsa dei treni si erano lasciati scivolare nel grigio fango del greto, puntellato di cicche, scatole di alluminio, vuoti di bottiglia, stracci, sterpi, fino a lambire l’acqua limacciosa. Era il momento più delicato quello: ora sarebbero stati visibili dalle finestre del primo piano, dove si annidavano due mitragliatrici e le vedette armate. Ma tutto taceva all’infuori dei palpiti dei loro cuori e di un sibilo represso del giovane feritosi a una mano mentre scivolava giù.

– Che hai fatto? –

– Niente, mi sono tagliato con qualcosa. –

– Tanto? –

– Sì, fa un male cane, ma non è il momento! –

– Alt! –  si era udito all’improvviso. Rumori metallici secchi denunciavano che si stavano togliendo le sicure agli armamenti automatici.  – Alt! –

Dall’altra parte del fiume la riva non era spoglia come ad est. Un rigoglio di arbusti frondosi era stato lasciato crescere allo scopo di soccorrere e assiepare gli avventurosi che vi avrebbero trovato un esiguo riparo se fossero riusciti ad arrivare fin là prima di salire a livello stradale, in salvo. I due avevano scambiato un’occhiata densa di terrore e di ardimento insieme.  – Che facciamo?! –  si erano detti quasi contemporaneamente.  – Siamo a un punto di non-ritorno! –  avevano pensato insieme.

– Alt! Fatevi riconoscere! –  gridava una voce maschia, più preoccupata che severa, e intanto urtava contro la nebbia lattea, che cominciava a diradare appena, la luce abbacinante di un riflettore.

– Vieni! –  lo aveva strattonato al bavero del cappottone un po’ liso la fragile mano del piccolo Klaus. Klaus, inebetito, si era lasciato tirare da parte. Sul limitare dell’acqua si alzava di un paio di metri il cunicolo di uno sbocco fognario, inserito nel terrapieno dell’argine: un’alcova per qualche attimo di riflessione. Anche sulla riva occidentale, immersa nel silenzio, si accendevano intanto i riflettori, puntati in faccia ai guardiani orientali per abbagliarne la vista e indicare il sospirato approdo ai fuggiaschi.

 

Ed eccoli, i piedi nella pozzanghera delle scarpe sommerse nel brago dello scolo al riparo di quella volta di fetido cemento, ciascuno al proprio punto di accumulazione: zero, speranza e disperazione. ‘Almeno uno’, dice il principio: ma quanti, in verità, nella vita di ognuno; e tutti possibili e neri e abissali e a caso, da cui riprendere il cammino.

Russi e americani ridevano, senza capirne il senso, che forse sfuggiva al loro senso comune. Eppure, come in ogni principio o teorema matematico, così nella vita, nella vita dei Klaus non di meno, ogni parola liberamente detta in quella circostanza come, in altre, vi ebbe un valore preciso e occupò una sua posizione determinata e determinante non meno del tono con cui la si pronunciò, in uno con il cuore e l’anima di Klaus, dell’uno come dell’altro.

 

Cominciava una pioggia leggera, fredda, fitta e fina fina.

– Va’! –  gli aveva detto Klaus, ansimante, con un misto di altruismo, vittimismo e convinzione. L’altro gli aveva alzato gli occhi nei suoi per fissarli un solo istante, un ultimo istante oltre lo sguardo del compagno, fin giù, non si sa dove.  – Vai, non c’è tempo! –  aveva ripetuto con voce strozzata dall’emozione, mentre l’altro a stento ancora raffrenava l’impeto di andare.  – Io resto. Servirà anche a distrarli da te. Va’, per Dio! Lasciati scivolare in acqua, non tuffarti! –  stava dicendo mentre Klaus era già dentro e avanzava con l’acqua alla vita e Klaus usciva dal loro ricovero con le mani alzate, risalendo incerto il limo sporco e la fanghiglia grigia e scivolosa:  – Non sparate! Mi arrendo, non sparate! –  gridava.

 

Non c’è un luogo al tempo nel linguaggio comune. Ma nella vita non c’è distinzione: fra qui ed ora resta qualcosa di insignificabile. Ecco cos’è, nella vita, un punto di accumulazione: una buia esperienza comune e insignificabile. Era bastato un attimo, l’attimo in cui si erano separati: in quell’attimo nell’anima di Klaus s’era insinuato il dubbio.

racconto pubblicato: la seconda verità di A. Blok

Stefano Ferrari

 

 

 

La seconda verità di Antonius Blok

 

 

 

            (Applausi immotivati)

 

Molti conoscono Antonius Blok, ma solo alcuni, incontrandolo, saprebbero riconoscerlo.

Sono in pochi a poterne raccontare la leggenda, pochissimi la storia. E nessuno ne sa la seconda verità. Eppure, come tutti, anch’egli ne ebbe una. Né più strana né più ordinaria di altre, certo. E siccome non sembra opportuno svelare oggi un segreto che non gioverebbe a nessuno e che lui stesso intese mantenere così gelosamente custodito, è meglio dirne solo quel che basta a lasciarne trapelare la finalità recondita.

 

Molti ricorderanno che Blok era un pellegrino e che la morte lo colse prima che egli potesse giungere in Terra Santa, ov’era diretto, si può dire, fino quasi dalla sua nascita. A che gli valse farsi attore, da cavaliere che era, chi può dirlo? Chi fugge può fuggire; gli altri, in fondo, non tentano nemmeno. Vorrebbero, sì, forse vorrebbero fuggire il loro destino; ma, infine, riescono solamente a stancarsi, a morire senza fiato. Lui no, non cercò mai la fuga. Ma non ebbe mai, però, neppure la chiara convinzione di dover fuggire.

Era quella la stagione in cui la Danimarca copre di nubi il sole, né desta né chiusa nel sonno: così, distesa sull’erba, a riposare, inquieta e indecisa; né sa d’essere Danimarca. Non è sogno né poesia. Ma si osserva, si sogna e nel sonno s’incanta e si fa poesia. Blok non era danese, perché figlio di girovaghi saltimbanco era nato su un carro. Non era danese suo padre, nato chi sa dove, e non lo era sua madre, che si diceva di origine franca, cioè libera, libera di amare, odiare, vivere e morire. E Blok era, comunque, un uomo libero: ma inconsapevolmente libero, cioè soggetto al caso ed alle cause del caso, che non sapeva dominare né servire. Per caso era nato saltimbanco e per caso era diventato cavaliere. Per caso, per puro ineludibile caso, era rimasto girovago.

Nessuno comprese mai la sua tragedia.

Amava, il cavaliere, moltissimo il suo cavallo. E quando s’avvide che la morte stava per rapirglielo divenne pensieroso. Solo com’era, volgeva gli occhi e i passi verso ogni cosa e chiunque, tutto e tutti interrogando su quella incombente sventura annunciata e i suoi impossibili rimedi. Temeva, infatti, per la morte del cavallo quasi più che per la propria. Anzi, se per se stesso non nutriva paure né ansietà, una grande pena lo assaliva allorché fissava i suoi negli occhi buoni e fedeli del suo compagno, come potessero essergli rapiti da un istante all’altro irrimediabilmente. S’avvedeva, naturalmente, di quanto potesse essere ciò forse un errore, perché il cavallo era assai vecchio e stanco e desiderava morire. Ma per quanto si adoperasse, a suo modo, a farsi intendere (da tempo ormai rifiutava il cibo ed ogni cosa che lo vincolasse ancora alla vita), i suoi tentativi restavano sempre vani fra tante premure. E che angoscia scorgere nell’azzurro glaciale degli occhi sereni di Antonius una così gran pena intriderli di pianto, a stento frenato!

Di questo si valse la morte, poiché sembra proprio che entrambe, infine, li uccise il dolore. L’incomprensione e, più ancora, la consapevolezza di quella incapacità d’intendersi scese inesorabile a separarlo dal suo signore, infranse l’anima del cavallo e il dolore di quella perdita uccise il cavaliere. O forse il rimorso di non aver più capito quello sguardo profondo e vasto, quegli occhi scuri e grandi, equini, e incapaci di sperare, quali solo sanno essere gli occhi buoni di un buon cavallo, e indifferenti. O forse, sì, la vergogna d’essere cavaliere senza cavallo! Chi mai potrà dirlo?

 

Comunque.

Ebbene, io dico che, se le cose andarono così, furono degli illusi! poiché è naturale giacere sotterra quando gli anni trascorsi nella vita hanno coperto di ferite il corpo e il cuore e l’hanno resi deboli, come accadde a quella povera bestia. Sciocco, semmai, fu il cavaliere, che immaginò a tal segno potente l’amore che li univa o l’interesse Immaginò che il ronzino, avendo in qualche modo intuita prossima l’ultima ora del suo padrone ( per la gelosia di quella solitudine attesa e oramai disperata), avesse deciso di seguirlo in una sorte comune. Tale fu la gioia di questa devozione, per lui solo e senza amore  – o il dolore –, che ne morì.

Per parte sua l’animale, sebbene non fosse più giovane, sentiva ancora in sé il desiderio prepotente della luce e dei prati, che il cavaliere, ferito in tante battaglie e dalla scomparsa dei suoi più fidi compagni d’arme e d’avventura, deluso dall’amore della donna che fra tutte aveva amata, non possedeva più. Fiaccato, straniero al mondo estraneo  – così sempre mutevole –, tradito nel sembiante, stremato nel corpo  – così mutevole anch’esso negli anni –  dalle malattie contagiate in oriente, non resistette alle tante affezioni e spirò, di lì a pochi giorni. Pensava infatti, il cavallo,  come il cavaliere, vedendolo ridotto in un così miserevole stato, si potesse addolorare al punto d’invecchiare e non potergli sopravvivere; decise, allora, di rifiutare la vita anch’esso  – “compagno nel bene e nel male”, ricordo si disse fra sé, osò in cuor suo pensare, temendo d’essere sorpreso in quegli attimi quasi un ladro sul fatto dallo sguardo povero e azzurro del suo padrone –.

 

A questo punto, si dirà, comunque i fatti si siano svolti, è certo che il dolore, cioè il patire compatendo, l’affetto in fondo, li uccise entrambe. Io non sono del medesimo avviso; perché, insomma poi, il cavaliere fu un guitto da poco che, per esigenze di teatro, cavalcava una scopa su un palcoscenico di fortuna, recitando un canovaccio comico e volgare. E però  – anche questo è certo –, infine morirono entrambe. E non è grottesco?

Fu poco prima di questi fatti, in un autunno ancora tiepido e assolato, in una radura di fine novembre ai margini del bosco, che Antonius Blok incontrò il frate del De verbis Antonimi et de morte. In un certo senso fu allora che la sua storia cominciò ad essere nota, a divenire, pian piano, leggenda. In tempi di probabilità l’episodio in sé fu del tutto casuale, com’è intuitivo e assai probabile, appunto. Ma non è meno intuitivo che difficilmente i fatti si sarebbero potuti svolgere in maniera diversa. Due uomini soli e un cavallo in una terra ampia e desolata che il caso pone in una medesima via. Come non avrebbero potuto fermarsi a parlare, anche se per poco soltanto? Come non concedersi, seppure per poco, quel tanto che basta ad essere o a ritrovarsi uomo fra gli uomini? come non cedere al gusto di una breve conversazione, al suono, pur greve, pur rauco, di qualche parola, al piacere di una fuggevole, incerta intesa? Oh, sì, parlare, sapere, comunicare e dare un senso alle cose mute e ai muti pensieri di sempre! Così.

Blok aveva una meta lontana: un tempo in più o in meno cosa avrebbe mutato nella sua vita? Giungere o non giungere non sarebbe stato, in conclusione, quasi lo stesso? Sarebbe, magari, giunto in ritardo e non avrebbe potuto far altro che morirvi in Terra Santa, senza dover combattere, senza dover uccidere, senza dover lottare con la coscienza.

E il frate? A piedi, aveva di sicuro una meta di gran lunga più prossima. Ma solo per questo avrebbe potuto dire, forse, che fosse più o altrettanto certa di quella del cavaliere? e lui altrettanto o più sicuro di arrivarvi, di conseguirla? E dunque, giungere o meno cosa avrebbe altrimenti mutato al suo destino imperscrutabile d’essere lì o altrove in un tempo o in un altro?

 

Blok aveva bisogno di parlare. Da quando aveva sentito che la donna, fra tutte, che amava  – una nobildonna –  si era lasciata unire in matrimonio ad un potente signore durante l’attesa della sua assenza per il pellegrinaggio, non riusciva a perdonarsi. Per questo Blok sentiva il bisogno di farsi perdonare e d’essere perdonato, di trovare perdono. Il solo pensiero che quella dolcissima creatura sarebbe anche potuta entrare in un monastero e legarsi ad un signore ancora più potente loteneva in un’ansia indescrivibile e se ne tormentava, una notte dopo l’altra, senza riuscire a trovarvi una vera ragione.

Il frate e il cavaliere, dopo essersi scambiati un saluto d’uso fra viandanti, si appartarono, nella solitudine del luogo, al limitare del prato, sotto un albero alto e maestoso. Sul fondo il cavallo, intanto, brucava e ascoltava, felice e appartato.

– Benedicimi, Padre –  recitò Blok, mentre un venticello leggero, crescendo d’intensità, cominciava a frusciare fra i rami e le foglie fino a coprirne la voce, ancora sonora e volutamente, ora, sommessa.

– L’amore è simbionte o è saprofita. –  lo interruppe il frate, che non sembrava ansioso di ascoltarlo quanto di farsi ascoltare  – Ma, se c’è, non si deve avvertire! Lo si percepisce; se ne prova il tepore e nient’altro. E se poi non c’è, si può essere liberi e lo si può ancora sperare. Dio no, è altra cosa. Dio ama il dolore della tua speranza delusa! e te ne perdona. Dio ama il tuo sordo rancore e la tua attesa tradita. Ha perdonato in lei il suo rimpianto e la sua delusione. E soffre con te la tua colpa. Per questo tu sei pellegrino e lei sposa operosa o devota professa. Non vedi? sei cieco?! Il tuo grido innocente ha ottenuto perdono! la sua sciocca obbedienza, misericordia! –.

Trascorsero così, in un colloquio fitto, talvolta animato, quasi un’ora o poco più. Un’ora lunghissima, a tratti preoccupata, rassegnata, talvolta serena, talaltra triste o solo mesta; una breve ora autunnale; un’ora del tardo meriggio; un’ora, insomma. Il cielo si scuriva, sempre più incalzato da nubi minacciose e dal crepuscolo del giorno, che incombeva.

– Addio fratello! –  concluse il vecchio frate, mentre il cavallo riandavav al suo padrone avvicinandosi.

– Benedicimi Padre! –  replicò Blok, quasi piangendo. E non si udì altro. Non fu possibile. Solo un gemito.

Il frate barcollava insanguinato al fianco, a passi stenti, e Blok aveva pugnale e mano lordi di rosso cupo. Fu per l’assoluzione che vennero a lite o per il cavallo. Proseguire a piedi per la Terra Santa, mentre il frate cavalcava destramente sarebbe stata un’ingiusta penitenza anche per chi non fosse stato saltimbanco. Un girovago senza cavallo sarebbe stato come un frate pellegrino senza asino o mulo. E che meta avrebbe potuto darsi?! che meta conseguire?! Il cavaliere è errante per definizione e il frate pellegrino per fede. La parte vuole così. Ma la clausura non pretende giumente, né asini o muli.

Blok lo guardò fisso, mentre si allontanava. Intenzionalmente fisso, per ricordarsi di lui. Attratto. Catturato. Lo guardò andar via, inoltrarsi nel bosco. Lo seguì con lo sguardo fin che poté; finché fu entrato nel bosco seguendo il sentiero. Barcollava ancora  quando disparve nel fitto intrico delle sterpaglie, ombra fra altre ombre. Assente, il cavallo pascolava tranquillo, poco distante.

 

(Ecco, a questo punto taluni applaudono, proprio mentre altri già sonnecchiano e alcuni prendono ad andar via. Eppure, osservate:già il cavallo, rimasto estraneo a quel discorrere ed ai suoi argomenti, non esiste più che riassunto in quel suo sguardo indifferente. Non il prato, non il frate, non il bosco, dico. Intendo proprio il cavallo. Rimangono solo le parole, almeno quelle poche che si riuscì ad udire e che anche il cavallo intese. Chi seppe mai cosa si dissero? Fu come Attila e papa Leone, o come Robespierre e Jean Jacques Rousseau, se mai veramente s’incontrarono. E chi sa quanti altri. Forse avrebbero anche potuto tacere. Morirono tutti, infine)

 

Altre leggende tramandano, tuttavia, questa storia.

Narrano che Antonius Blok non fosse il vero nome del cavaliere e che il suo vero nome non si sapesse (e non si seppe mai, neppure in seguito) e non si conoscesse con certezza , né si conosce tuttora, la sorte del frate. Alcuni raccontarono di averlo visto morire, ma mentre danzava (!), senza ritmo, ma non volgarmente, e mentre un cavallo, effettivamente, pascolava non molto distante, indifferente. E dicono che anche il cavaliere morì, di peste o di vecchiaia.

Ma che senso avrebbe inoltrarsi in questo dubbio o in questa verità, solo diversa, nel mezzo di una storia, che sembra farsi interessante proprio ora?

Si è scritto che venne assassinato o ucciso, Antonius Blok, il cavaliere, durante una rissa, ubriaco fra altri ubriachi, forse cavalieri a giudicare da come maneggiavano le spade. Ma ciò appare poco credibile! E’ fin troppo evidente che nessun crociato sarebbe mai voluto morire in questo modo. Figuriamoci un pellegrino della Terra Santa!

Dicono ancora  – ma anche questo sembra più un pettegolezzo –  che il cavallo venne rubato, non si sa da chi, o venduto. E morisse di un incurabile malattia (come sempre accade), forse la peste. Quel povero animale morì, invece, certamente di vecchiaia, proprio come il suo padrone, quale che fosse o quale che sia stato, o come il cavaliere, per qualche strano accidente, forse improvviso. Perché un’altra cosa sembra fuor di dubbio: Antonius Blok morì e morì relativamente giovane e in forze.

 

Quindi?

Quindi io credo, intanto, che la morte li uccise entrambe. Ma non c’è da riderne! Io stesso non so quanto ci sia di veramente vero in questa ipotesi e tutto ciò è molto meno evidente di quanto chiunque possa soltanto immaginare! Ed è questo il problema  – appunto –  della seconda vertà di Antonius Blok, per quanto deludente possa apparire, ora.

Nel dire, infatti, che fu la morte a porre fine a quelle due o tre esistenze; nel proporre un’ipotesi così accurata; nel formulare un’accusa così precisa, perentoria, nello stendere il braccio con l’indice teso, come la spada di un’illusoria giustizia bendata  – anche la fortuna è bendata! –; nell’affermarlo, risolutamente o meno e per quanto deludente possa apparire; nell’indicare al carnefice la sua irraggiungibile vittima; nell’indurire il cuore per non vedere, per restare impassibile di fronte al supplizio, estraneo ad una sentenza pronunciata con tanto sfrontato autorevole pudore, o nel suggerire che fu proprio la morte a porre fine a quelle esistenze ed al loro reciproco amore, al loro così intenso amore per la vita  – così tristi, credetemi, così immensamente tristi! –  io ho scelto la strada meno agevole: a ben vedere è l’ipotesi più banale, la più rischiosa e la meno probabile per un autore, la peggiore immaginabile per un mortale e per un racconto che voglia essere interessante. Non si rinviene in nessun documento. Non se ne fa menzione, quasi sottintesa, alla fine di una qualsiasi vicenda terrena, umana. La banalità non è tramandata da alcuna leggenda. Non l’ha mai tradita nessuno per nessuno.

Ad ogni modo, se qualcos’altro altrettanto potesse, non fu che questa la loro fine: morirono. E non ve ne fu altra causa che questa: la morte. Poiché la morte non è esattamente quella che alcuni ostinatamente immaginano che sia ed è ben altro e più rimarchevole che la morte di Antonius Blok e del suo cavallo. Ed è, forse, ancora ben altro che la vostra o la mia morte. Non è nemmeno una persona, la morte! o un finale adeguato! Né teschio né falce. Né nero mantello.

Non ho alcun dubbio, però, nell’asserire che il dolore, il sogno, la malattia, la vergogna, la violenza possano uccidere. E l’amore! e, soprattutto, l’estraneità. Nondimeno uno, uno solamente uccide o si uccide: l’estraneo per estraneità, che tutte le altre possibili e compossibili cause e concause riassume e conclude: l’estraneità, lenta, processiva, alla vita. O chi altro? Lo dicano i saggi, gli esperti, coloro che le leggende tramandano! Io dico. E non il dolore, il sogno, la malattia, il caso, il destino, l’arte, il fato. Nemmeno l’amore o la morte che uccisero Antonius Blok, l’attore, il cavaliere, il frate o il loro cavallo! No. Né posso pretenderlo, né lo pretendo! Né questa trama di concause e personaggi: due, tre o quattro che siano. Io resto in attesa di sapere quale sorte ebbe quella nobildonna, o il suo sposo o… Io resto, sì, in attesa di una risposta, che arriverà. E penso: Blok uccise Blok. Blok uccise il frate che voleva ucciderlo e rubarne il cavallo quando Blok era in scena. E il frate anche. Ma, allora, il cavallo, perché? Non basta aggirarsi sullo sfondo, in punta di piedi? Bisogna non esserci proprio in scena. Ma allora…? Per questo rimango interdetto e senza risposta e ne attendo una ed una anche per me. Una risposta diversa, ma altrettanto o più soddisfacente.

 

(Applausi)

(Si comincia ad uscire: di scena, dalle gallerie, dai palchi e dalle platee)

 

seconda presentazione integrativa del titolare del blog

Un uomo è quel che sogna

 

 

Passione per mille cose

Passione per mille suoni

Passione per il tempo e i suoi ricami,

Per i colori, il sorriso e il pianto

Passione per te che compatisci il cuore

Avaro e dimenticato

 

Tu che non hai passione,

Tu sei queste parole

Sparse fra le siepi, oscuro male

Sul muro intonacato,

Sole e somiglianti

 

A te, ladra dell’anima

Tutto è dedicato

 

 

11 gennaio 2006

presentazione del titolare del blog

Il poeta

 

 

il poeta non è un uomo gentile

garbato educato, nemmeno virtuoso

né mago o profeta, né fortunato

 

è un uomo banale, divino e infernale

sudicio dentro come anche fuori,

ha perso i castelli gli anelli le mani

e ascolta parole che il vento conserva

nell’aria, fruscianti mute inaudite

 

quei nomi miniati dorati

fermate in decori preziosi

talvolta ordinati, talvolta ordinari

magari refusi

risuonano eco di altri universi

 

e l’eco poeta

lo scriba, il copista

ricopia ripete normali

usuali eppure ineguali

monotone sempre

ossessive

le voci di dentro

che altri non ha

 
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